Alpini

17 Febbraio 2015 gianfranco STORIA

ALPINI
(le penne nere)

 

monumento

Monumento alla memoria degli alpini a Stresa sul lago Maggiore

 Gli Alpini sono le truppe da montagna dell’Esercito Italiano, come lo erano per il Regio Esercito, e rappresentano una specialità dell’arma di fanteria specializzata nella guerra sui terreni montani.

Le Truppe Alpine hanno avuto origine il 15 ottobre1872 e sono quindi il più antico corpo di fanteria da montagna attivo nel mondo, originariamente creato per proteggere i confini settentrionali dell’Italia che coincidevano quasi interamente con l’arco alpino che la divideva da Francia, Impero austro ungarico e Svizzera.

L’ideatore del corpo degli alpini fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perucchetti studioso di operazioni militari in zone alpine che capì l’importanza della difesa dei valichi alpini e della necessità quindi di disporre di una speciale fanteria addestrata per la guerra in montagna.

Fino ad allora si era ritenuto che una reale difesa dei valichi fosse impossibile e che un eventuale invasore dovesse essere ostacolato dagli sbarramenti fortificati delle vallate, ma definitivamente fermato solo nella pianura Padana.

Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea d’invasione disponibile all’Impero austro-ungarico.

Il Perucchetti sosteneva inoltre che il reclutamento di questa speciale fanteria di montagna dovesse avvenire a livello locale sia ai fini della celerità e semplicità della mobilitazione sia per evitare la creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.

Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari

Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra d’origine si ottenevano grossi vantaggi sia per avere soldati ben motivati dal difendere le proprie terre e le proprie comunità sia perchè i rapporti con la popolazione civile sarebbero stati stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe.

Le idee del Perucchetti furono condivise dal Ministero della guerra che per evitare la bocciatura del parlamento per problemi di bilancio riuscì a costituire 15 compagnie alpine (2000 uomini) da dislocare nelle valli della frontiera occidentale e orientale nascondendole in una generale ristrutturazione dei distretti militari e non come creazione di un nuovo corpo.

Così nacquero gli “Alpini”, mascherati da generici distrettuali, fra le pieghe di un Decreto Reale firmato a Napoli il 15 Ottobre 1872 da Vittorio Emanuele II, ma con già sulle spalle  un fardello di compiti e responsabilità pesanti quanto il loro zaino di allora e di sempre.

La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nell’equipaggiamento.

La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse.

L’armamento era costituito da un fucile di modello recente, il “Vetterli 1870”, in linea con i fucili impiegati dagli eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano invece dotati dell’obsoleta pistola a rotazione “Lefaucheaux”.

Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.

Le insufficienze organizzative comunque non pregiudicarono l’affermazione del corpo, che crebbe a tal punto che nel 1873 le compagnie furono portate a ventiquattro e ripartite in sette battaglioni.

Il privilegio di costituire i primi reparti alpini toccò alla classe del 1852, ovviamente denominata “classe di ferro”.

A queste truppe speciali, nel 1874, fu posto sul capo un cappello di feltro nero a bombetta, con una stella di metallo a cinque punte e coccarda tricolore, ornato con una penna nera sul lato sinistro, il quale divenne subito l’emblema araldico dei soldati della montagna.

 Cappello 1

Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a dieci per un totale di trentasei compagnie con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa. per un totale di 9090 alpini.

Nel 1882, a dieci anni dalla nascita del Corpo, per esigenze operative si ebbe un più consistente ampliamento del Corpo, con la costituzione dei primi sei reggimenti alpini: il 1°, il 2°, il 3°, il 4°, il 5°e il 6° composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.

Nel 1888 i muli furono aumentati da uno a otto per compagnia.

Artiglieri di montagna:

per fornire adeguato supporto di fuoco agli alpini venne costituita nel 1873 l’artiglieria da montagna e quattro anni più tardi nacque il primo reggimento di artiglieria da montagna con le prime 5 batterie a pezzi ad avancarica, specialità in grado di operare in alta montagna per fornire l’adeguato supporto di fuoco agli alpini, capace di operare in zone inaccessibili alle artiglierie trainate.

Batterie da montagna e reparti alpini si abituarono presto a vivere e manovrare insieme, e dal 1888 anche l’artiglieria da montagna venne reclutata in base alla provenienza. La sanzione formale di tale simbiosi si ebbe nel 1910, con l’adozione per gli artiglieri di montagna del cappello alpino.

  

L’armamento e le uniformi

All’evoluzione organica si accompagnò un progressivo adeguamento delle uniformi e dell’armamento. Nell’ottobre 1874 il cappotto a falde, molto ingombrante, venne sostituito con una giubba grigio-azzurra, sulla quale veniva indossata una mantella alla bersagliera color turchino e le scarpe basse vennero sostituite con scarponi alti.

Nell’estate 1883 l’uniforme venne caratterizzata dal colore distintivo rispetto agli altri corpi, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature (le fiamme verdi a due punte) e le rifiniture della divisa.

L’elemento caratterizzante del corpo fu però il caratteristico cappello alla “calabrese” con la penna nera, che nel 1880 sostituì il fregio a stella con un fregio di metallo bianco raffigurante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale: appoggiata su una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati e contornata da una scure e una piccozza, con rami di quercia e di alloro, essa rappresentava il simbolo di potenza e audacia del Corpo degli Alpini;  sul tondino del fregio venne applicato il numero del reggimento e sul cappello della truppa le nappine mutavano di colore a seconda dei battaglioni e cioè bianco (1° battaglione), rosso (2° battaglione), verde (3° battaglione), turchino (4° battaglione). Per identificare gli ufficiali superiori si stabilì di guarnire il cappello con una penna bianca.

 Cappello2

 

Per quanto riguarda l’armamento, il fucile Wetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in un’arma a ripetizione ordinaria con caricatore a 5 colpi grazie al progetto del capitano d’artiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma, vale a dire il fucile “Vetterli-Vitali Mod. 1870/87”.

Nonostante l’impegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6,5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche d’armi del Regno lo studio di un nuovo fucile. Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica d’armi di Torino, il “Carcano Mod. 91” a 6 colpi, più corto e maneggevole che restò in dotazione fino fino alla fine della seconda guerra mondiale. Parallelamente al Mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato l’armamento degli ufficiali alpini con la pistola Bodeo Mod. 1889 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.

 Il battesimo del fuoco

Adua

Il tenente colonnello Davide Menini, comandante del 1º Battaglione alpini d’Africa, gravemente ferito, incita i suoi uomini alla carica (stampa del 1897).

 

Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette delle Alpi, gli alpini per uno dei tanti e curiosi scherzi della storia, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle roventi ambe africane, nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896, ove mostrarono il loro valore e le loro qualità di fieri soldati nella sfortunata battaglia  di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, e dove il 1° Battaglione Alpini d’Africa, comandato dal tenente colonnello Davide Menini, si immolò sul posto assieme a molti artiglieri. Dei suoi 954 alpini ne sopravvissero solo 92.

In quella tragica giornata, oltre al comandante di battaglione, caddero alla testa dei reparti il capitano Pietro Cella, del 6° Reggimento Alpini, prima medaglia d’oro al valore militare degli alpini e quattro valorosi ufficiali di artiglieria da montagna anch’essi decorati con la medaglia d’oro al valore militare i quali caddero eroicamente assieme ai loro artiglieri sparando sino all’ultimo colpo.

  

Alla vigilia della Grande Guerra

Molteplici furono le innovazioni e i mutamenti adottati all’equipaggiamento e alle armi  agli inizi del ventesimo secolo.

Nel Novembre 1902 venne dato in dotazione ai reparti gli ski il nuovo e veloce mezzo di locomozione su neve dopo un periodo di sperimentazione iniziato nell’inverno 1896/97 con appositi istruttori svizzeri e norvegesi. Fu un adeguamento necessario all’impiego che le truppe degli stati dell’Europa settentrionale facevano già da molti anni.

Per iniziativa di Luigi Brioschi, presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, nel 1908 dopo quasi due anni di sperimentazione, venne adottata una divisa grigioverde che meglio mimetizzasse i combattenti.

Con l’adozione della nuova uniforme la vecchia “bombetta” nera veniva sostituita con un cappello di feltro colore grigio verde che a tutt’oggi è ancora in dotazione alle Truppe Alpine e nel 1910 adottato anche dagli artiglieri di montagna.

 Per quanto riguarda l’armamento, la novità dei primi anni del secolo fu la mitragliatrice, affermatasi dopo il conflitto russo-giapponese del 1905. Le prime mitragliatrici utilizzate dagli Alpini furono le Maxim Mod. 1906 (utilizzate nella campagna di Libia) e le Maxim-Vickers Mod. 1911 distribuite a partire dal 1913.

I reparti di artiglieria subirono un incremento tanto che alla vigilia del primo conflitto mondiale, erano operativi ormai tre reggimenti d’artiglieria da montagna per un totale di trentasei batterie, dotate di cannoni da 65/17.

 

La guerra italo-turca

Nell’ottobre 1911 gli alpini parteciparono alla guerra Italo – Turca con dieci battaglioni e 13 batterie di artiglieria da montagna. Al comando dell’8° Reggimento Alpini Speciale (perché costituito con i Battaglioni Alpini Tolmezzo, Gemona, Feltre e Vestone) c’era l’indimenticabile Colonnello Antonio Cantore, che cadrà da eroe sulle Tofane nel luglio del 1915, colpito in fronte da una pallottola.

Secondo una leggenda alpina tutti quelli che muoiono con il cappello alpino in testa salgono nel  “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle  “Penne Mozze”. Oggi continua, anche per noi, ad accogliere veci e bocia.

Nelle tradizioni degli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti sleali: il nemico si combatte ma non si disprezza.

   

La Grande Guerra    

Pochi anni dopo l’Italia entra in guerra contro l’Austria – Ungheria.

Alla Prima Guerra Mondiale gli Alpini, i “figli dei monti” come li chiamava Cesare Battisti, parteciparono con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.

Quarantuno mesi di lotta durissima e sanguinosa costituirono per gli Alpini un’epopea di episodi collettivi ed individuali  di altissimo valore e di indomita resistenza, di battaglie di uomini contro uomini, di uomini contro le forze della natura, di azioni cruente e ardimentose sulle alte vette dalle enormi pareti verticali, di miracoli di adattamento alle condizioni più avverse e nelle zone alpinisticamente impossibili.

Alla metà di giugno del 1915 gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri  avversari così si espressero: “Giù il cappello davanti gli alpini ! questo è stato un colpo da maestro”.   

 

Adamello

Alpini in posizione di tiro sull’Adamello

 

Ortigara

Alpini caduti durante la battaglia del monte Ortigara

 

Gli Alpini furono i protagonisti di un conflitto che si combatté quasi interamente sulle Alpi: dal Monte Adamello al Monte Nero, dalle Tofane al Carso, dalla Marmolada al Monte Ortigara, dallo Stelvio al Monte Grappa, dal Monte Pasubio al Passo della Sentinella, aggrappati alla roccia con le mani e con le unghie per lottare contro uno dei più potenti eserciti del mondo, costruirono con mezzi rudimentali strade e sentieri fino sulle cengie più ardite, combatterono memorabili battaglie di mine e contromine, portarono a termine brillanti  colpi di mano espugnando posizioni ritenute imprendibili e aggiunsero alle fantastiche leggende delle Dolomiti storie di giganti della lotta in montagna.

Tra i tanti fatti d’armi della guerra che coinvolsero gli alpini è possibile individuarne alcuni significativi per la loro drammaticità, come la conquista di monte Nero, la guerra sui ghiacciai dell’Adamello e monte Cavento e la battaglia dell’Ortigara che causarono migliaia di vittime soprattutto tra le unità Alpine. Questi combattimenti e tutti quelli a cui gli alpini presero parte, fecero diventare queste truppe da montagna un vero e proprio simbolo dello sforzo nazionale.

Il contributo  dato dagli Alpini nella Grande Guerra è ampiamente evidenziato dalle seguenti cifre: ufficiali, sottufficiali e alpini morti 24.876, feriti 76.670, dispersi 18.305.

Un famoso scrittore inglese, Rudyard Kipling, che perse l’unico figlio sul fronte francese, a Ypres, venuto in visita alla frontiera italiana nel corso della Prima Guerra Mondiale, espresse questo giudizio sugli alpini: “Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le Specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle. Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, svelti di lingua e di mano, orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente

 Il 24 maggio 1915, con l’entrata nella prima guerra mondiale dell’Italia, gli Alpini occuparono i più importanti ed impervi punti, dal passo dello Stelvio alle Alpi Giulie, passando per il passo del Tonale e il monte Pasubio. Parteciparono alle più cruente battaglie, come quella dell’Ortigara con la conquista dell’omonimo monte, la disfatta di Caporetto, fino alla resistenza sul monte Grappa e la controffensiva finale del generale Armando Diaz, che portò alla vittoria dell’ottobre 1918. Gli Alpini furono i protagonisti di un conflitto che si combatté quasi interamente sulle Alpi, e su tutti i fronti, dai ghiacciai dell’Adamello alle crode dolomitiche, dal Carso al monte Grappa, dagli altopiani al Piave, dimostrando il loro valore, come testimoniano gli oltre 85.000 morti e dispersi e gli 83.000 feriti.

 

Dal primo dopoguerra

Dei sessantuno battaglioni Alpini esistenti nel novembre 1918, ne furono sciolti più della metà

e alla fine del 1919 gli otto reggimenti avevano ripreso quasi per intero la fisionomia del 1914. Già l’anno successivo alla fine del conflitto gli alpini reduci costituirono l’8 luglio 1919 l’Associazione Nazionale Alpini (ANA) a Milano, presso la sede dell’Associazione geometri, che ebbe come primo presidente l’alpino Daniele Crespi. Nel settembre del 1920 l’ANA organizzò la prima adunata nazionale sul monte Ortigara, che tre anni prima fu teatro di violentissimi scontri che videro cadere circa 24.000 uomini di cui molti alpini, e da quel primo appuntamento ne seguirono altri venti fino al giugno 1940, a Torino, quando lo scoppio del secondo conflitto mondiale sospese per sette anni la manifestazione.

 Nel 1934 furono costituite le divisioni Alpine “Taurinense”, “Tridentina”, “Julia” e “Cuneense”, cui si aggiunse la “Pusteria” nel 1935. A queste unità si aggiungevano cinque battaglioni misti del genio (che allora comprendeva anche le trasmissioni), il battaglione “Duca degli Abruzzi” (aggregato alla Scuola centrale militare di alpinismo) e il battaglione “Uork Amba”: in totale 31 battaglioni, 93 compagnie, 10 gruppi d’artiglieria alpina e 30 batterie, articolati su cinque comandi divisionali.

Ogni divisione aveva in organico anche unità del genio militare e dei servizi logistici: nacquero così i supporti delle truppe alpine, che si affiancarono agli alpini e all’artiglieria da montagna.

 Fu nel 1931 che iniziarono le prime competizioni sciistiche per le truppe alpine, oggi conosciute come Ca.STA (Campionati Sciistici delle Truppe Alpine). Nel 1934 venne costituita ad Aosta la Scuola militare centrale di alpinismo, per provvedere all’addestramento sci-alpinistico dei quadri delle truppe alpine. La scuola diverrà ben presto un polo di eccellenza in campo sportivo e sci-alpinistico, tanto da essere considerata “università della montagna”.

Lo sviluppo dell’armamento degli alpini nel corso del ventennio 1919-’39 fu limitato essenzialmente alle sole mitragliatrici e alle armi a tiro curvo. Nel primo caso si trattava di realizzare un’arma automatica per il tiro collettivo che fosse più leggera e mobile della mitragliatrice pesante Fiat Mod. 14 che era più adatta come arma di posizione. Dopo varie sperimentazioni fu sviluppata la leggera Breda Mod. 30 che divenne l’arma delle squadre fucilieri Alpine. In linea con le necessità della guerra in montagna furono sviluppati due nuovi mortai, il Brixia Mod. 1935 da 45 mm e quello da 81 mm. La scarsa attenzione che le forze armate diedero allo sviluppo di nuove armi, soprattutto al carro armato e alle armi controcarro, fece sì che il solo cannone atto a fermare le truppe corazzate, il 47/32 Mod. 1935, fu assegnato solo a tre divisioni alpine (Cuneense, Tridentina e Julia) con conseguenti gravi carenze di fronte al massiccio impiego di mezzi corazzati negli altri eserciti

 

La guerra d’Etiopia e la campagna d’Albania

Dopo la Prima Guerra Mondiale gli alpini, nel gennaio del 1936, inquadrati nella Divisione Pusteria, vengono inviati in Etiopia a combattere sugli assolati e aspri rilievi etiopici contro le truppe di Hailé Selassié. Sono circa 14.000 uomini inquadrati nella Divisione Pusteria. Validissimo il contributo degli alpini che parteciparono alle operazioni più importanti: dalla conquista dell’Amba Aradam, all’occupazione dell’Amba Alagi e alla battaglia di Mai Ceu il 31 marzo 1936. La “Pusteria”, con sole 220 perdite, rientrò nell’aprile del 1937.

 In Albania gli alpini sbarcarono il 7 aprile 1939 nella occupazione militare che portò alla creazione del Protettorato Italiano del Regno d’Albania.

Sbarcarono sulle coste di Valona e Durazzo. Nella città di Durazzo gli alpini rimasero un paio di settimane, poi si sparpagliarono nel paese attraverso le montagne che sono raggiungibili grazie alle strade costruite in quell’occasione dal genio militare.

Una impresa male organizzata che comunque ottenne lo scopo prefissato.

L’estate fu particolarmente calda e l’inverno particolarmente rigido, le perdite per malaria raggiunsero il 30% degli effettivi.

 

La seconda guerra mondiale

Durante la seconda guerra mondiale gli alpini sono presenti su cinque fronti di guerra assai diversi per caratteristiche morfologiche e strategiche: sulle Alpi Occidentali (dal 10 al 25 giugno 1940), in Grecia (dal 28 ottobre 1940 al 23 aprile 1942), in Jugoslavia (dal luglio 1941 al settembre 1943), in Russia (dal gennaio 1942 al marzo 1943) e, infine, dal settembre 1943 durante la Guerra di Liberazione d’Italia per riconquistare la libertà e l’indipendenza nazionale.

Impegnati inizialmente sul confine francese durante la battaglia delle Alpi Occidentali del giugno 1940, dove quattro divisioni Alpine erano schierate in zona di guerra: la Taurinense schierata sul confine alla testa della Dora Baltea, la Tridentina in seconda linea nella stessa vallata, con alcuni battaglioni Alpini costituiti all’atto della mobilitazione; in riserva erano la Cuneense e la Pusteria, rispettivamente in valle Gesso e val Tanaro. Questi reparti furono inquadrati nel Gruppo Armate Ovest forte di 315.000 uomini lungo tutto il confine.

Nonostante le forze preponderanti, le unità italiane furono chiamate ad operare in condizioni precarie e pregiudizievoli in quanto, soprattutto per gli alpini di origine piemontese, il disagio fu acuito dalla constatazione delle ripercussioni sociali ed economiche sulle popolazioni civili. Inoltre migliaia di truppe male addestrate e mal equipaggiate di mezzi e armamenti si trovarono a combattere in un terreno impervio e contro un sistema difensivo di prim’ordine attrezzato con un complesso di oltre quattrocento opere servite da un’ottima rete ferroviaria e stradale. Il 21 giugno arrivò l’ordine di attacco, e le divisioni Tridentina, Cuneense e Pusteria furono spostate nei rispettivi teatri di scontro; la Tridentina fu posta in prima linea assieme alla Taurinense con il compito di penetrare verso Bourg-Saint-Maurice dal colle del Piccolo San Bernardo, mentre le altre due divisioni ebbero il compito di penetrare nel settore Maira-PoStura. Nella notte tra il 24 e 25 giugno, appena tre giorni dopo l’inizio delle operazioni per le divisioni alpine, fu firmato l’Armistizio di Villa Incisa che pose fine alle ostilità con la Francia.

Nell’ottobre dello stesso anno le divisioni Cuneense, Tridentina, Pusteria e la Alpi Graie furono spostate sul fronte greco-albanese dove era già presente la Julia, che fu anche la prima a compiere azioni di guerra nel settore. L’invio degli alpini avvenne a causa dello sfondamento del fronte difensivo italiano sulla Vojussa: l’avanzata greca minacciava di raggiungere l’Adriatico e ricacciare oltremare le truppe italiane. Solo grazie all’afflusso di reparti di rinforzo, tra cui le tre divisioni alpine, fu possibile stabilire una posizione di resistenza in grado di reggere fino alla primavera successiva. La Julia venne impiegata nei primi attacchi, ma la disorganizzazione dei comandi fece sì che in appena un mese di difficoltose avanzate fu costretta a ritirarsi e a difendersi dalle incursioni greche. A fine dicembre da 9.000 uomini la Julia rimase con sole 800 unità. Fu solo con l’intervento dell’alleato tedesco che le cose cambiarono costringendo la Grecia a chiedere l’armistizio, armistizio che giunse dopo un enorme tributo di sangue per gli alpini, con 14.000 morti, 25.000 dispersi, 50.000 feriti e 12.000 congelati.

 La campagna di Russia

Russia

Prigionieri italiani dell’ARMIR catturati sul fronte orientale durante il tragico inverno del 1942-1943.

 

Nel 1942 fra i 200.000 uomini costituenti la cosiddetta Armata italiana in Russia (ARMIR) c’erano i 57.000 alpini costituenti il Corpo d’Armata alpino, composto dalle Divisioni Cuneense, Tridentina e Julia, per un totale di diciotto battaglioni alpini, nove gruppi d’artiglieria alpina e tre battaglioni misto genio.

L’ambiente operativo del Don in cui furono dislocati presentava caratteristiche assolutamente diverse da quelle in cui gli alpini erano addestrati a muoversi; una vasta pianura uniforme e priva di rilievi montuosi dove i mezzi di cui disponevano gli alpini (4.800 muli e solo 1600 automezzi) erano largamente insufficienti in quegli spazi operativi.

In generale tutto l’armamento in dotazione agli alpini fu gravemente insufficiente come anche il vestiario tenendo conto delle gelide temperature sovietiche.

Gli alpini dirottati sul Don e subito schierati in prima linea per opporsi alla controffensiva sovietica in atto vennero ben presto accerchiati dall’avanzata dell’Armata Rossa ed essere costretti a una ritirata tragica nella quale caddero oltre i due terzi degli uomini. Nell’insieme, agli alpini spettava un settore di 70 km, per cui non fu possibile tenere una divisione di riserva.

 

Russi

Le forze meccanizzate sovietiche entrano a Rossoš, sede del quartier generale del Corpo d’armata alpino il 16 gennaio 1943, durante la offensiva Ostrogorzk-Rossoš.

 

Le tre divisioni Alpine furono costrette a ripiegare con una lunghissima marcia tra le gelide pianure sovietiche, subendo perdite altissime. Due delle divisioni (la Julia e la Cuneense) vennero infine intrappolate a Valujki e costrette alla resa, mentre i superstiti della divisione Tridentina riuscirono ad aprirsi la strada dopo una serie di disperati combattimenti, tra cui il più noto è la battaglia di Nikolaevka, riuscendo a conquistare il paese e uscire dalla “sacca”.

In questa marcia eroica (oltre 700 Km. a piedi), ecatombe di alpini, sotto il flagello del freddo e contro un nemico molto forte e determinato, affrontarono durissimi sacrifici e sofferenze che la nostra mente oggi non riesce nemmeno a immaginare. Una marcia fatta con il sangue, un itinerario costellata di croci.

Inferiori di numero, di equipaggiamento e di armamento, gli Alpini, grazie all’ineguagliabile spirito di Corpo, all’attaccamento alla loro terra, ai loro affetti, alla generosità che anima tutti i figli della montagna, seppero soffrire con dignità e onore, compiendo infiniti gesti di umanità e di fratellanza verso tanti fratelli stremati dal gelo, dalle ferite, dalle fatiche, dalla fame e dal nemico implacabile.

 Le perdite complessive del Corpo d’armata alpino (divisioni alpine Julia, Cuneense e Tridentina e Divisione fanteria Vicenza) nella tragica battaglia superarono l’80% degli effettivi schierati sul fronte del Don: su una forza iniziale di circa 63.000 uomini si contarono 1.290 ufficiali e 39.720 soldati caduti o dispersi, 420 ufficiali e 9.910 soldati feriti, per un totale di 51.340 perdite.

 Oggi, nel luogo dove sessantaquattro anni fa si svolgeva una guerra sanguinosa e terribile, sorge un bellissimo asilo che ospita 150 bambini russi.

Infatti l’Associazione Nazionale Alpini, per ricordare il sacrificio di migliaia di Alpini rimasti per sempre in terra di Russia,  animata  da una forte tensione morale e dalla volontà di legare i ricordi del passato a un solidale impegno rivolto alle generazioni di oggi, ha costruito a Rossosch (luogo in cui nel 1942 c’era la sede del Comando del Corpo d’Armata Alpino) un meraviglioso asilo, in segno di solidarietà e di fratellanza fra i popoli. Là dove 64 anni fa risuonavano terribili grida di guerra oggi si elevano gioiosi canti di pace.

L’asilo di Rossosch è un monumento vivente alla pace e alla fratellanza fra i popoli.

Chi ha sofferto nell’anima e nella carne, come  moltissimi alpini e soldati di ogni arma e servito la violenza spietata della guerra, conosce l’immenso valore della pace, della solidarietà e della giustizia.

 

Assai più efficace della storiografia, la letteratura ha consegnato i fatti accaduti in Unione Sovietica alla memoria futura con libri come Centomila gavette di ghiaccio e Nikolajewka: c’ero anch’io di Giulio Bedeschi (ufficiale medico), Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, Mai tardi, La guerra dei poveri e La strada del Davai di Nuto Revelli, Vaina’ Kaputt di Gino Beraudi e I più non ritornano di Eugenio Corti; tutti autori che parteciparono alla ritirata.

Gli Alpini dopo l’armistizio

Prigionieri

Ufficiali italiani, catturati da paracadutisti tedeschi immediatamente dopo l’annuncio dell’armistizio diramato l’8 settembre 1943, a colloquio con ufficiali tedeschi.

 Con la proclamazione dell’armistizio avvenuta l’8 settembre 1943 la storia degli alpini si frazionò. La maggior parte degli uomini si unirono ai gruppi partigiani a nord o ai reparti Alleati che risalivano la penisola, altri entrarono a far parte della neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI), mentre i meno fortunati finirono imprigionati nei campi sovietici o tedeschi. Nella RSI fu costituita la “4ª Divisione Alpina Monterosa” cui si aggiunsero altre unità Alpine inquadrate nella “Divisione Littorio”. Chi invece decise di combattere a fianco degli Alleati e della resistenza operò in tutto il sud e in particolare nell’Abruzzo. Venne formata la 6ª Divisione alpina “Alpi Graje”, che si scontrò duramente con i tedeschi sull’Appennino nei primi giorni successivi all’armistizio, il battaglione alpini “L’Aquila” che con gli Alleati risalì tutta la penisola fino alla vittoria, mentre i reduci dall’Unione Sovietica della Cuneense e Tridentina dettero vita a formazioni partigiane in Alto Adige.

Le uniche unità Alpine organizzate di cui si poterono seguire le vicende furono quelle inquadrate nell’esercito Alleato impegnato nella guerra di liberazione, come il battaglione “Piemonte”, dapprima in organico al Primo Raggruppamento Motorizzato, che nell’aprile 1944 fu assorbito dal 3º Reggimento alpini e inquadrato nel costituendo Corpo Italiano di Liberazione (CIL). Il battaglione fu quindi impiegato nel settore adriatico sino all’agosto 1944, quando il CIL, giunto a contatto con la Linea Gotica fu sciolto per essere sostituito con i Gruppi di Combattimento. Il battaglione Piemonte entrò a far parte del gruppo di combattimento “Legnano” assieme al battaglione L’Aquila partecipando agli scontri nella val dell’Idice e all’inseguimento dei tedeschi fino a Bergamo e Torino. Il battaglione alpini “Monte Granero”, assorbito assieme al Piemonte nel 3º Reggimento, nel settembre 1944 fu inviato in Sicilia in servizio di ordine pubblico.

Eisenhower

Il generale Eisenhower con il cappello da Alpino

 

Il dopoguerra

Il periodo di ricostruzione delle truppe alpine dopo il conflitto fu relativamente lungo; dagli iniziali due battaglioni (Piemonte e L’Aquila) all’istituzione delle cinque brigate che hanno costituito l’organico del corpo alpino fino agli inizi degli anni novanta, trascorsero circa otto anni. I vincoli posti dall’armistizio furono superati solo nel 1949 con l’entrata dell’Italia nel patto Atlantico dove le forze armate si impegnavano a controllare da sole le frontiere orientali e l’ordine pubblico in tutta la penisola. Intanto nell’aprile del 1947 ricomparve il giornale L’Alpino, anch’esso nato nel 1919 su iniziativa del tenente degli Alpini Italo Balbo, poi noto esponente del fascismo. Nell’ottobre del 1948 si svolse a Bassano del Grappa la prima adunata del dopoguerra, che dopo una sosta nel 1950 dovuta a ragioni tecniche, riprese senza più interruzioni. Nello stesso anno venne ricostituita la Scuola militare alpina di Aosta, mentre la Guardia alla Frontiera, istituita durante il fascismo col compito di presidiare il sistema fortificato del Vallo Alpino, fu assorbita dalle truppe Alpine, dando vita alla specialità degli Alpini d’Arresto. Per presidiare le nuove opere fortificate, nei primi anni cinquanta vennero costituiti dapprima i “battaglioni da posizione”, poi i “raggruppamenti da posizione” per poi passare, nel 1962, ai “reparti d’arresto”. I battaglioni da posizione e i reggimenti da posizione fino al 1957 ebbero in carico tutte le postazioni di montagna e di pianura. A partire da tale data, invece, le fortificazioni di pianura restarono alla Fanteria d’Arresto, mentre quelle di montagna passarono definitivamente agli Alpini.

 Verso la metà degli anni cinquanta le truppe Alpine furono quindi portate a cinque brigate:

  • “Taurinense”, di stanza in Piemonte con il comando a Torino ed i reparti in val Chisone, val Susa e nel Cuneese; bacino di reclutamento in Piemonte, Valle d’Aosta, Piacentino e nelle zone appenniniche della Liguria e della Toscana;
  • “Orobica”, di stanza nell’Alto Adige occidentale, con il comando a Merano ed i reparti in val Venosta e valle Isarco; bacino di reclutamento in Lombardia;
  • “Tridentina”, di stanza in Alto Adige orientale, con il comando a Bressanone ed i reparti in val Pusteria e valle Isarco; bacino di reclutamento in Trentino-Alto Adige e nella provincia di Verona;
  • “Cadore”, di stanza in Veneto con il comando a Belluno ed i reparti nel Cadore; bacino di reclutamento nelle province di Belluno e di Vicenza e nelle zone appenniniche dell’Emilia-Romagna centro-orientale;
  • “Julia”, di stanza in Friuli con il comando a Udine ed i reparti in Carnia (un battaglione, “L’Aquila” distaccato in Abruzzo); bacino di reclutamento in Veneto nella provincia di Treviso,Padova e Verona in Friuli-Venezia Giulia, in Abruzzo e nella provincia di Isernia.

Negli anni cinquanta nacquero gli alpini paracadutisti “Monte Cervino”, che tuttora rappresentano l’élite delle truppe alpine.

Altra novità fu l’istituzione dei Centro Addestramento Reclute (CAR), per la formazione iniziale delle reclute di leva.

 Negli anni settanta, nell’ambito di una ristrutturazione dell’esercito per ridurre i contingenti rendendo l’istituzione militare più efficiente e moderna, le truppe alpine furono riorganizzate con l’abolizione dei reggimenti e la formazione di unità di livello superiore; le brigate. Queste brigate alpine erano riunite nel IV Corpo d’Armata Alpino, che comprendeva anche unità di supporto di cavalleria, artiglieria, genio militare, trasmissioni, aviazione leggera e servizi. Compito del IV Corpo d’Armata era la difesa del settore alpino nord-orientale in caso di un attacco sferrato dalle forze del patto di Varsavia. Nell’estate 1972, per festeggiare il centenario, rappresentanze di cinque brigate alpine e della Scuola militare alpina organizzarono il cosiddetto “raid del centenario” con una marcia che da Savona, passando per Trieste, arrivò il 20 luglio a Roma.

Dalle truppe alpine dal 1963 era inoltre tratto il contingente che costituì la componente italiana assegnata all’Allied Mobile Force-Land (AMF-L) della NATO, dipendente dal Comando alleato in Europa. Una piccola e mobile task force nata con personale della Taurinense, formata da 1.500 uomini suddivisi in tre unità: il “Gruppo tattico alpini aviotrasportabile”, il “Reparto di sanità aviotrasportabile” e il “National Support Element” per il sostegno logistico del contingente.

Gli anni novanta

 

fanfara

Fanfara della Brigata alpina Taurinense durante le celebrazioni del 2 giugno 2007.

 

Nei primi anni novanta, con il venire meno della minaccia sovietica, venne avviato il processo di ristrutturazione dell’esercito, che comportò per le truppe alpine la soppressione di gloriosi reparti, tra i quali anche le Brigate Orobica e Cadore e degli Alpini d’Arresto.

Nel 1997 il IV Corpo d’Armata alpino fu riorganizzato nel Comando truppe alpine formato da tre Brigate (Taurinense, Tridentina e Julia), che divennero due nel 2002 in seguito alla soppressione della seconda.

Così le brigate alpine, nel giro di pochi anni, da cinque sono scese a due. Anche i muli hanno pagato la modernizzazione dell’esercito. Schiacciati sotto il peso del progresso tecnologico sono stati mandati in pensione. La difficoltà di reperire giovani capaci di governare i muli, il sempre più sfavorevole rapporto costo-efficacia e soprattutto l’avvento dei nuovi materiali e sistemi d’arma per sostenere le nuove sfide hanno determinato la fine del mulo nei reparti alpini. L’ultimo reparto di salmerie delle Truppe Alpine, costituito da 24 muli dislocati presso la Caserma “D’Angelo” di Belluno è stato disciolto il 7 settembre 1993, i quadrupedi vennero messi in vendita all’asta. Con loro si chiude un’epoca. Gli alpini li ricorderanno sempre con affetto, orgoglio e rimpianto.

Attualmente gli alpini in forza al Comando Truppe Alpine ammontano a circa 9.500 uomini di cui 526 sono donne assegnate adeguatamente in tutti i reparti.

Oggi il Comando Truppe Alpine dispone di forze capaci di partecipare a tutte le missioni sia in Italia che all’estero con moduli operativi adatti per portare a termine le missioni assegnate.

Oltre alle due Brigate, il Comando Truppe Alpine, erede del glorioso 4° Corpo d’Armata Alpino, ha alle sue dipendenze varie unità di supporto: il 4° Reggimento  Alpini paracadutisti con sede a Bolzano, il 6° Reggimento Alpini di sede a Brunico, il Centro Addestramento Alpino di Aosta.

Ciascuna brigata alpina è costituita su: un Comando e Supporti tattici; tre reggimenti alpini; un reggimento artiglieria da montagna; un Reggimento genio guastatori e una Fanfara.

Come già detto il Comando Truppe Alpine ha alle sue dirette dipendenze il Centro Addestramento Alpino (già Scuola Militare Alpina di Aosta) che impiega per elevare la “specializzazione” dei propri uomini con il fine di esaltare le capacità operative e di sopravvivenza dei reparti che operano in alta montagna.

La Brigata Alpina Taurinense è una grande unità elementare dalle forti vocazioni internazionali, acquisite da oltre 45 anni di appartenenza alla Forza Mobile del Comando Alleato in Europa: è articolata su tre reggimenti alpini (il 2° Rgt. a Cuneo, il 3° Rgt. a Pinerolo, il 9° a L’Aquila), il Reggimento “Nizza Cavalleria”(1°), il 1° Reggimento artiglieria terrestre, armato con mortai da 120 mm. e con obici FH-70 cal. 155/39, il XXXII Reggimento genio guastatori. Alla fine del mese di febbraio il 3° Reggimento Alpini è  partito per l’Afghanistan, ad Herat, e ha dato il cambio al 7° Reggimento Alpini.

La Brigata negli ultimi anni ha operato con le altre forze della NATO e dell’Unione Europea in Bosnia, in Albania, nel Kosovo e in Afghanistan sia con il contingente ISAF sia nel quadro dell’operazione “Enduring Freedom” (Libertà Duratura) riscuotendo unanimi apprezzamenti.

La Brigata Alpina Julia, erede della leggendaria Divisione Alpina Julia, con reparti dislocati in Friuli, nel Cadore e nel Trentino-Alto Adige, è la unità leader  della forza multinazionale italo–sloveno–ungherese (MLF–Multinazional Land Force), sotto il profilo operativo è una forza facilmente proiettabile, versatile, in grado di operare in più contesti.

L’area geografica d’impiego della Brigata include preferibilmente l’Europa centro-orientale e sud-orientale, in teatri operativi caratterizzati da terreno accidentato, disagevole o con scarsa mobilità terrestre.

Essa è articolata su tre reggimenti alpini, il 5° a Vipiteno, il 7° a Feltre, l’8° a Cividale e Venzone, il 3° reggimento di artiglieria da montagna, con sede a Tolmezzo e il 2° reggimento genio guastatori alpino, con sede a Trento.

La Julia è una grande unità alpina capace di assolvere al meglio i numerosi compiti assegnateli sia in ambito nazionale che internazionale.

La multinazionalità della MFL nell’ambito del comando è costituita con un reggimento italiano, uno sloveno e uno ungherese.

Attualmente la Brigata è alimentata con personale di volontari in ferma prefissata di anni uno (V.F.P.1) e di anni quattro (V.F.P.4) e con volontari in servizio permanente (V.S.P.).

 La forte ristrutturazione del corpo degli alpini lo portò ad un rinnovamento addestrativo e logistico che gli permise di diventare una delle specialità più idonee agli impieghi all’estero, là dove servono uomini ben preparati fisicamente, militarmente abituati a muoversi in piccoli gruppi autonomi. Per superare le difficoltà legate all’opinione pubblica contraria ad utilizzare militari di leva per missioni all’estero, nel 1995 è stato introdotto l’arruolamento di personale volontario, e questa nuova disponibilità di personale ha trasformato le brigate in un prezioso serbatoio di unità da utilizzare sia in operazioni di ordine pubblico interno (missioni “Forza Paris” in Sardegna, “Vespri Siciliani” in Sicilia e “Riace” in Calabria), sia in operazioni umanitarie all’estero.

A partire dagli anni novanta è iniziato l’impegno delle truppe alpine nelle missioni internazionali e umanitarie all’estero.

 

In sintesi la storia degli Alpini è legata soprattutto alla storia delle due Guerre Mondiali e, nella memoria collettiva di tutti noi, il nome “Alpino” è sinonimo di fatica e di impegno, di generosità e di altruismo: qualità sempre riconosciute nelle genti di montagna, abituate allo sforzo personale ma anche all’aiuto reciproco.
Uomini fieri ed infaticabili, uomini  ricchi di fede, temprati dalla lotta con la natura, dotati di un luminoso patrimonio spirituale ereditato dai propri padri, gli Alpini hanno portato sempre intatto nella parentesi del servizio militare, queste preziose qualità civiche ed umane, indispensabili per chi deve assicurare la difesa della Patria.
Non c’è pagina della storia militare italiana dall’ultimo ventennio del secolo diciannovesimo ad oggi che non ha visto in prima fila gli Alpini: ne fanno fede le 207 medaglie d’oro al Valore Militare, le 4 medaglie d’oro al Valore Civile e una medaglia d’oro al Merito Civile della Croce Rossa Italiana che fregiano il glorioso Labaro Nazionale dell’Associazione Nazionale Alpini e che racchiude e sintetizza la prestigiosa storia del Corpo degli Alpini

 

L’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.), che prese vita a Milano l’8 luglio 1919, ad opera di un gruppo di valorosi reduci alpini delle campagne d’Africa e della Grande Guerra, non solo mantiene solidi rapporti di amicizia con le altre Associazioni Combattentistiche d’Arma delle Forze Armate ma, dal maggio 1985, ha esteso stretti rapporti di amicizia con associazioni combattentistiche di altre nazioni.

Se onnipresente e massiccia – con migliaia di caduti e feriti – fu la presenza delle Truppe Alpine su tutti i fronti di guerra, non dobbiamo dimenticare che gli alpini in armi ed in congedo dell’ Associazione Nazionale Alpini sono stati e sono sempre presenti ovunque la solidarietà umana richiede impegno, aiuto morale e materiale.

Senso di solidarietà che è innato nella gente di montagna, che consiste nell’offrire la propria disponibilità verso gli altri senza interesse e a profonderla con generosità specie verso i più bisognosi e i più deboli. Gli esempi  in tal senso  sono innumerevoli e pressoché quotidiani.

 

Organica

 organico reggimenti

 Struttura di comando del COMALP.

 

 

Le truppe alpine sono una specialità pluriarma, in quanto riuniscono reparti appartenenti alle varie armi e corpi dell’Esercito: fanteria, artiglieria, genio, trasmissioni, trasporti e materiali, corpi logistici. Quasi tutti i reparti alpini fanno capo al Comando truppe alpine (COMALP), un comando a livello di Corpo d’Armata (erede del 4º Corpo d’Armata Alpino) con sede a Bolzano.

Dal COMALP dipendono:

  • due brigate alpine: la “Taurinense” con il comando a Torino ed i reparti in Piemonte e Abruzzo e la “Julia” con il comando a Udine ed i reparti in Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli. Le due brigate hanno struttura analoga, disponendo ciascuna di un reparto comando e supporti tattici, tre reggimenti di fanteria alpina, un reggimento di artiglieria da montagna ed un reggimento del genio. La “Taurinense” è stata una delle prime unità dell’Esercito su base volontaria ed ha maturato una pluriennale esperienza nelle missioni internazionali. La “Julia” è invece l’unità dove sono più vive le tradizioni alpine, essendo stata alimentata (come la disciolta “Tridentina”) prevalentemente da leva e poi VFA affiancati ai VFB. Con il passaggio al reclutamento solo volontario la differenza è pressoché scomparsa. Queste unità rappresentano una delle migliori realtà dell’Esercito Italiano: le brigate “Julia” e “Taurinense” sono unità di proiezione, vale a dire rapidamente schierabili e disponibili per ogni test o impiego operativo internazionale ed hanno partecipato in primo piano con i propri reggimenti alle principali operazioni all’estero delle forze armate italiane, dall’Albania alla Bosnia, dal Kosovo all’Afghanistan;
  • il Centro addestramento alpino di Aosta: erede della Scuola militare alpina è l’istituto preposto all’addestramento in campo sci-alpinistico dei quadri delle truppe alpine, nonché del personale di altre armi e forze armate italiane o straniere. Svolge inoltre attività agonistica di alto livello con il proprio reparto di atleti. Il centro ha alle dipendenze il 6º Reggimento alpini, di stanza a Brunico e San Candido, che gestisce con proprio personale le aree addestrative della val Pusteria dove si addestrano reparti operativi ed istituti di formazione militare;
  • i supporti, notevolmente ridimensionati rispetto al passato, al 2011 sono costituiti dal reparto comando a Bolzano, che assicura il supporto logistico al COMALP; dal 4º Reggimento alpini paracadutisti, unità d’élite delle truppe alpine utilizzata per operazioni speciali.

Vi sono infine quattro reggimenti di supporto (uno di artiglieria, uno delle trasmissioni e due logistici), un tempo inquadrati in grandi unità alpine ma ora posti alle dipendenze di altri comandi. Questi reparti rimangono comunque truppe alpine a tutti gli effetti, tanto che conservano fisionomia, nome, tradizioni e soprattutto il cappello alpino.

 

Unità attualmente operative

                                                                 Comando Truppe Alpine (Bolzano)        

Reparto Sede Unità dipendenti
Divisione “Tridentina” Bolzano
  • Reparto comando e supporti tattici “Tridentina”, (Bolzano)
Centro addestramento alpino Aosta
Brigata alpina “Taurinense” Torino
Brigata alpina “Julia” Udine

  

                                           Reparti Alpini dipendenti da altri comandi

Comando sovraordinato Sede Unità alpine dipendenti
Comando artiglieria Bracciano
Comando trasmissioni e informazioni dell’esercito-Brigata trasmissioni Anzio
Comando delle forze speciali dell’Esercito Pisa

 

 

 

La divisa

 

divisa1                                                         divisa2

Primi anni (dal 1873)                                                                                           Anni 1880

 

Divisa3                           Divisa4

Anni primo 900                                                                                   Anni successivi

 

 

La divisa alpina era inizialmente degli stessi colori dell’esercito piemontese: giubba turchina e pantaloni chiari, cosa che non consentiva certo una buona mimetizzazione in ambiente montano. La questione fu dibattuta tra 1904 e 1906 su sollecitazione del presidente della sezione di Milano del Club Alpino Italiano, Luigi Brioschi. Nell’aprile 1906, per un esperimento pratico, furono scelti gli alpini del battaglione “Morbegno” del 5º Reggimento, di stanza a Bergamo. L’esperimento fu un successo, e nacque così il “plotone grigio”, composto di quaranta uomini della 45ª compagnia del “Morbegno”, che fece la sua prima comparsa ufficiale a Tirano.

 Il cappello

 

Cappello 3

 

Il tipico cappello degli Alpini (nel caso specifico di un soldato, in ferma prefissata, appartenente alla truppa del genio guastatori, riconoscibile dalla nappina amaranto, dal tipo e dal colore del fregio)

 Il cappello è l’elemento più rappresentativo degli alpini.

È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il reggimento e la specialità di appartenenza. Il cappello ultima versione fu introdotto nel 1910.

Il 25 marzo 1873 venne adottato invece del chepì di fanteria un cappello proprio di feltro nero di forma tronco conica (alla “calabrese”) a falda larga; frontalmente aveva come fregio una stella a cinque punte, di metallo bianco, con il numero della compagnia. Sul lato sinistro, semicoperta dalla fascia di cuoio, vi era una coccarda tricolore nel cui centro era posto un bottoncino bianco con croce scanalata. Un gallone rosso a V rovesciata guarniva il cappello dallo stesso lato della coccarda e sotto questa era infilata una penna nera di corvo. Per gli ufficiali il cappello era lo stesso, però la penna era d’aquila.

Il 1º gennaio 1875, i comandanti di reparto assunsero la denominazione di Comandanti di battaglione e non portarono più il cappello alla calabrese che distingueva gli appartenenti alle compagnie alpine, ma indossarono il copricapo del distretto nel quale s’insediavano non avendo un ufficio proprio[. Nel 1880 invece della stella a cinque punte fu adottato un nuovo fregio ugualmente di metallo bianco: un’aquila “al volo abbassato” sormontante una cornetta contenente il numero di reggimento. La cornetta era posta sopra un trofeo di fucili incrociati con baionetta innestata, una scure e una piccozza. Il tutto circondato da una corona di foglie di alloro e quercia.

Nei primi mesi della prima guerra mondiale l’esercito italiano adottò l’elmetto “Adrian” ma gli alpini e i bersaglieri non lo vollero perché non riuscivano a collocarci sopra il distintivo, penna e piuma, e in un secondo momento lo scartarono completamente.

 Cappello 1

1873

 

 

Cappello2

1880

 

Cappello 3

1910

 

La penna

Lunga circa 25–30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all’indietro, di corvo, nera, per la truppa, di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori e di oca bianca per gli ufficiali superiori e generali.

Penna 1                                                          Penna 2

penna nera                                                                     penna marrone

Penna 3

penna bianca

 

 

Penna 4                                      Penna 5

penna con rimbecco                       penna da congedante con rimbecco

 

Una penna mozza rappresenta l’alpino caduto

 

 

La nappina

Nappina bianca  nappina verde  nappina rossa  nappina azzurra  nappina artiglieria  nappina amaranto  nappina viola

La nappina, presente sulla sinistra del cappello, è il dischetto, a forma semi-ovoidale, nel quale viene infilata la penna. Per i gradi di sergente maggiore, sergente, graduato e militare di truppa, tale dischetto è formato di lana colorata su un’anima in legno. Per gli ufficiali inferiori e superiori, la nappina è in metallo dorato e, nei reparti del Piemonte e della Valle d’Aosta, porta al centro la croce sabauda. Dal grado di generale di brigata in poi, il materiale utilizzato è invece il metallo argentato.

In origine il colore della nappina distingueva i battaglioni all’interno dei vari reggimenti, per cui il 1º battaglione di ciascun reggimento aveva nappina bianca, il 2° rossa, il 3° verde e, qualora vi fosse un 4º battaglione, azzurra. I colori erano quelli della bandiera italiana, più l’azzurro di casa Savoia. In seguito si aggiunsero altre nappine con colori, numeri e sigle specifiche per le diverse specialità e i vari reparti.

Le nappine utilizzate nel corso degli anni sono le seguenti:

 

Fanteria alpina

  •  2º Rgt. Alpini (Btg. Saluzzo), 6º Rgt. Alpini (Btg. Bassano), 7º Rgt. Alpini (Btg. Belluno)
  • bianca: 4º Rgt. Alpini (Btg. Ivrea), 5º Rgt. Alpini (Btg. Morbegno), 7º Rgt. Alpini (Btg. Feltre), 8° Rgt Alpini (Btg. Gemona),11°Rgt Alpini (Btg. Alpini D’arresto val Tagliamento)
  • rossa: 6º Rgt. Alpini (Btg. Trento), 7º Rgt. Alpini (Btg. Pieve di Cadore), 8º Rgt. Alpini (Btg. Tolmezzo), Battaglione Addestrativo Aosta, Fanfara della Brigata alpina Taurinense
  • azzurra: 3º Rgt. Alpini (Btg. Susa), 9º Rgt. Alpini (Btg. L’Aquila), Centro Addestramento Alpino (escluso Btg. Aosta), personale fuori corpo
  • azzurra, dischetto nero, “R” bianca: supporti reggimentali (CCSL reggimentali)
  • azzurra, dischetto nero, “B” bianca: Reparto Comando e trasmissioni di Brigata alpina (Taurinense e Julia)
  • azzurra, dischetto nero, “CA” bianca: Reparto Comando e compagnia alpini paracadutisti del 4º Corpo d’Armata alpino
  • azzurra, dischetto centrale nero e lettere “c/c” in bianco: Compagnia controcarri di Brigata alpina

Artiglieria da montagna

  • verde, ovale nero, nr. giallo: batterie da montagna (il nr. corrisponde al nr. della batteria)
  • verde, ovale nero, “CG” giallo: Comandi di Gruppi di artiglieria da montagna (Batterie Comando e servizi)
  • verde, ovale nero senza sigle: personale fuori corpo

Genio, trasmissioni, servizi

  • amaranto: genio (2º e 32º Rgt. genio guastatori) e trasmissioni (2º Rgt. Trasm.)
  • viola: Battaglione Logistico di Brigata alpina

 

Il fregio

Viene portato sulla parte frontale del cappello e contraddistingue la specialità d’appartenenza

  • ufficiali generali: aquila con serto di alloro e scudetto con la sigla “RI” al centro
  • alpini: aquila, cornetta, fucili incrociati
  • artiglieria da montagna: aquila, cornetta, cannoni incrociati
  • genio pionieri: aquila, cornetta, asce incrociate
  • genio guastatori: aquila, cornetta, gladio, granata infuocata e asce incrociate
  • trasmissioni: aquila, cornetta, antenna, saette e asce incrociate
  • trasporti e materiali: aquila e ingranaggio alato
  • sanità (ufficiali medici): aquila, stella a cinque punte con croce rossa, bastoni di Esculapio incrociati
  • sanità (sottufficiali e truppa): aquila, stella a cinque punte con croce rossa
  • amministrazione e commissariato: aquila, corona turrita, tondino viola e serto di alloro
  • corpo ingegneri: aquila, corona turrita, ruota dentata e serto di alloro

 

La fattura del fregio cambia in base al grado 

  • filo metallico dorato o plastica dorata per ufficiali, sottufficiali, e militari di truppa in servizio permanente.
  • plastica nera per la truppa a ferma prefissata

 

fregio truppa

fregio Alpini

 

 

Fregio alpini oro

fregio Alpini (truppa VSP, sottufficiali e ufficiali)

 

fregio artiglieria

fregio artiglieria da montagna

 

 

I distintivi di grado

Sul cappello alpino i gradi sono portati sul lato sinistro, in corrispondenza della penna e della nappina, sotto forma di galloni:

 

Ufficiali generali
generale di corpo d’armatatre stellette dorate su nastro argentato generale di divisione con funzioni del grado superioreuna stelletta dorata bordata di rosso e due stellette dorate su nastro argentato generale di divisione con incarichi del grado superioreuna stelletta brunita e due stellette dorate su nastro argentato
generale di divisionedue stellette dorate su nastro argentato generale di brigata con funzioni del grado superioreuna stelletta dorata bordata di rosso ed una stelletta dorata su nastro argentato generale di brigata con incarichi del grado    superioreuna stelletta brunita ed una stelletta dorata su nastro argentato generale di brigatauna stelletta su nastro argentato
Ufficiali superiori
colonnello con funzioni del grado superioreuna stelletta dorata bordata di rosso su nastro argentato colonnello con incarichi del grado superioreuna stelletta brunita su nastro argentato colonnello comandanteun doppio gallone rovesciato e tre galloncini rovesciati dorati su fondo robbio (rosso) colonnelloun doppio gallone rovesciato e tre galloncini rovesciati dorati
tenente colonnello con funzioni del grado superioreun doppio gallone rovesciato, due galloncini rovesciati dorati ed un galloncino rovesciato dorato bordato di rosso tenente colonnello con incarichi del grado superioreun doppio gallone rovesciato, due galloncini rovesciati dorati ed un galloncino rovesciato brunito tenente colonnelloun doppio gallone rovesciato e due galloncini rovesciati dorati
maggiore con funzioni del grado superioreun doppio gallone rovesciato dorato ed un galloncino rovesciato dorato e bordato di rosso maggioreun doppio gallone rovesciato ed un galloncino rovesciato dorati
 Ufficiali inferiori
capitanotre galloni rovesciati dorati tenente comandante di repartodue galloni rovesciati dorati ed un gallone rovesciato brunito tenentedue galloni rovesciati dorati sottotenenteun gallone rovesciato dorato
Sottufficiali e truppa
primo maresciallo luogotenenteun gallone rovesciato dorato screziato di nero su fondo robbio ed una stelletta dorata bordata di rosso primo marescialloun gallone rivesciato dorato screziato di nero su fondo robbio maresciallo, maresciallo ordinario, maresciallo capoun gallone rovesciato dorato screziato di nero sergente maggiore, sergente, caporalmaggiore, caporalenessun distintivo di grado sul cappello

 

Le mostrine

 

Le mostrine utilizzate dagli Alpini, divise secondo le diverse specialità:

 

Mostrine 

 

 

Nella cultura popolare

 

L’alpino e il mulo

Mulo4                                      Mulo 1

mulo 3             Mulo 2

È durato 130 anni il sodalizio tra gli alpini e i muli ma i muli furono arruolati ancor prima degli alpini, perché già dal 1831 nell’esercito del Regno di Sardegna vennero costituite le prime batterie da montagna dotate di cannoni smontabili per il cui trasporto furono impiegati trentasei muli. Il loro scopo era quello di alleggerire il soldato dai peso che altrimenti avrebbe dovuto portare a spalla, e con il trascorrere del tempo l’importanza dei quadrupedi crebbe sempre di più.

Il legame tra l’alpino e il mulo si consolidò durante la Grande Guerra dove divenne fondamentale per trasportare le armi e il rifornimento logistico dei reparti in alta montagna. In breve tempo l’alpino e il mulo divennero nell’immaginario collettivo un binomio inscindibile, ed assieme agli alpini, i muli patirono la fame e il freddo durante le due guerre mondiali dove furono impegnati su tutti i fronti dove vennero utilizzate forze italiane. Anche nella seconda guerra mondiale il mulo fu protagonista se si pensa al suo impiego sul fronte greco e sovietico. Il Corpo d’armata alpino partito per la steppa sovietica, ad esempio, aveva in dotazione ben 4.800 muli che ebbero un ruolo fondamentale soprattutto durante la ritirata in Unione Sovietica.

« Durante il ripiegamento avevamo centinaia di slitte trainate da muli, che soffrivano con noi e non avevano da mangiare che qualche sterpaglia che spuntava dalla neve. Povere bestie, erano coperte di ghiaccio, e, rammento, la presenza di quegli animali era qualcosa di rassicurante per tutti. Infatti mentre camminavamo giorno e notte cercavamo sempre di stare vicino ad un mulo, così ognuno di questi animali aveva sempre attorno un gruppo di dieci o quindici soldati. […] Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai. »
(Giulio Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio)

Dal dopoguerra, per effetto della motorizzazione di praticamente tutti i reparti, è cominciato il declino nell’uso del mulo e negli ultimi anni di servizio i muli in dotazione in tutto l’esercito erano appena settecento. Il 7 settembre 1993 presso la caserma D’Angelo di Belluno, vennero venduti all’asta per ordine del Ministero della Difesa, gli ultimi ventiquattro muli in forza agli alpini.

Una rappresentazione di cosa fu il connubio tra l’alpino e il mulo è visibile presso il museo storico degli Alpini a Trento, dove si trova un piccolo “museo del mulo”. Questo raccoglie materiale da maniscalco ed equipaggiamento relativo all’inseparabile compagno delle truppe alpine.

 

Il motto

Il motto “Di qui non si passa” fu coniato dal generale Luigi Pelloux, primo ispettore generale degli alpini, che nell’ottobre 1888, in occasione di un banchetto ufficiale per la visita a Roma dell’imperatore di Germania, concluse un discorso sugli alpini dicendo:

« essi simboleggiano quasi, all’estrema frontiera, alle porte d’Italia, un baluardo sul cui fronte sta scritto “Di qui non si passa” »

Inoltre ogni reggimento o battaglione o unità più piccola ha il proprio motto particolare

 

La preghiera dell’alpino

La preghiera, nella sua forma originale, fu scritta dal colonnello Gennaro Sora, allora comandante del battaglione Edolo, a Malga Pader, in Val Venosta).
Il 21 ottobre 1949 fu emesso un testo rivisto e adattato della preghiera, aggiungendo lo specifico riferimento alla Madonna degli Alpini.

Nuovamente nel 1972 furono apportate alcune nuove piccole modifiche alla preghiera, in modo da adattarla nel modo migliore agli Alpini delle nuove generazioni.

Il testo venne ulteriormente e leggermente modificato ed infine definitivamente approvato il 15 dicembre 1985.

Preghiera dell’alpino

Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai,
su ogni balza delle Alpi ove la provvidenza
ci ha posto a baluardo fedele delle nostre
contrade, noi, purificati dal dovere
pericolosamente compiuto,
eleviamo l’animo a Te, o Signore, che proteggi
le nostre mamme, le nostre spose,
i nostri figli e fratelli lontani, e
ci aiuti ad essere degni delle glorie
dei nostri avi.
Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi,
salva noi, armati come siamo di fede e di amore.
Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della
tormenta, dall’impeto della valanga,
fa che il nostro piede posi sicuro
sulle creste vertiginose, su le diritte pareti,
oltre i crepacci insidiosi,
rendi forti le nostre armi contro chiunque
minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera,
la nostra millenaria civiltà cristiana.
E Tu, Madre di Dio, candida più della neve,
Tu che hai conosciuto e raccolto
ogni sofferenza e ogni sacrificio
di tutti gli Alpini caduti,
tu che conosci e raccogli ogni anelito
e ogni speranza
di tutti gli Alpini vivi ed in armi.
Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni
e ai nostri Gruppi.
Così sia.

 

L’inno

L’Inno degli Alpini è il Trentatré. Il motivo di questo nome non è chiaro; secondo alcune fonti deve il proprio nome perché era il 33º pezzo nel repertorio delle fanfare alpine dei primi reparti, secondo altre perché era in origine il motto del 33º reggimento artiglieria, all’epoca inquadrato nelle truppe alpine, altri infine fanno risalire questo nome alla metrica utilizzata per comporre il testo e la musica. Inoltre, esso è ispirato all’inno francese: Les Fiers Alpins, testo scritto da D’Estel, con la musica di Travè.

Trentatre

Dai fidi tetti del villaggio
i bravi alpini son partiti;
mostran la forza ed il coraggio
nei loro volti franchi e arditi.
Son dell’Alpe i bei cadetti,
nella robusta giovinezza
dai loro baldi e forti petti
spira un’indomita fierezza.
O, valore alpin,
difendi sempre la frontiera,
e là sui confin
tien sempre alta la bandiera.
Sentinella, all’erta
per il suol nostro italiano,
dove amor sorride
e più benigno irradia il sol.
Là tra le selve e i burroni,
là tra nebbie fredde e il gelo,
piantan con forza i loro picconi
le vie rendon più brevi.
E quando il sole brucia e scalda
le cime e le profondità,
il fiero Alpino scruta e guarda,
pronto a dare i “Chi va là?”
O, valore alpin,
difendi sempre la frontiera,
e là sui confin
tien sempre alta la bandiera.
Sentinella, all’erta
per il suol nostro italiano,
dove amor sorride
e più benigno irradia il sol.

 

 

Descrizione generale

Attivo 15 ottobre 1872 – oggi
Nazione Regno d’ItaliaItalia
Alleanza NATO
Servizio Regio esercitoEsercito Italiano
Tipo Fanteria da montagna
Dimensione 13 reggimenti ripartiti prevalentemente in due brigate
Comando truppe alpine Bolzano
Soprannome “Le Penne nere”
Patrono San Maurizio martirecelebrato ogni 22 settembre
Motto “Di qui non si passa”
Colori Verde
Battaglie/guerre Guerra di AbissiniaRibellione dei BoxerGuerra italo-turca

Prima guerra mondiale

Guerra d’Etiopia

Seconda guerra mondiale

Guerra in AfghanistanAnniversari15 ottobre 1872 (fondazione)Decorazioni10 Croci di cavaliere all’O.M.I.10 MOVM30 MAVM

8 MBVM

1 Croce di guerra al valor militare

3 Medaglie di bronzo al valore dell’esercito

1 Medaglia d’oro al valor civile

1 Medaglia d’argento al valor civile

1 Medaglia di bronzo al valor civile

1 Croce d’oro al merito dell’Esercito

1 Croce d’argento al merito dell’Esercito

6 Medaglie d’argento di benemerenza

4 medaglie di bronzo al merito della Croce Rossa Italiana

 

 

 

 

Fregio                                                Mostrine


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