OCCITANIA al FRAIS

6 Gennaio 2015 gianfranco GenericheOCCITANIA

OCCITANIA al FRAIS

Il Pian del Frais come frazione del comune di Chiomonte appartiene al territorio Occitano cioè a quell’area storico geografica d’Europa non delimitata da confini politici ma che trova il proprio denominatore comune nella lingua occitana.

L’Occitania è una nazione fantasma che va oltre ai confini politici attuali in un percorso che abbraccia Spagna, Francia, Italia.

Un territorio eterogeneo che presenta una grande varietà di paesaggi dalle alte montagne come i Pirenei e le Alpi, estese pianure nelle Lande, colline e vitigni in Linguadoca, vulcani in Alvernia, spiagge che si affacciano sull’oceano Atlantico e sul Mediterraneo.

Le regioni storiche dell’occitania sono (vedi foto A e B):
in Francia tutto il centro sud con la Guascogna, la Guiana, la Linguadoca, il Limosino, l’Alvernia, la Provenza, il Delfinato che sconfina in Italia nell’alta valle di Susa arrivando fino a Chiomonte suo estremo a est,
in Spagna piccole aree a ridosso dei Pirenei come la valle d’Aran e zone circoscritte della Catalogna,
in Italia, oltre alla già citata Alta Valle di Susa nella parte che in passato coincideva con le Hautes-Alpes del Delfinato meridionale francese (con ultimo paese Chiomonte che ne segna a est il confine poco prima prima del paesino di Gravere ), le valli del Piemonte occidentale nelle Alpi Cozie e Marittime e precisamente le valli Chisone, Germanasca, Pellice, Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso, Pesio, Vermegnana, Ellero, Corsaglia a cui si aggiungono in provincia di Imperia Olivetta San Michele e parte di Triora.
A queste vanno aggiunte le vallate minori e alcuni altri piccoli comuni piemontesi che, pur inseriti in un territorio di lingua franco provenzale come le valli Orco e Lanzo e bassa Valsusa, hanno reminiscenze occitane.
Come pure occitano è il comune calabrese di Guardia piemontese che fu fondato nel XIII secolo da profughi valdesi.

L’Occitania è dunque la civiltà della lingua d’Oc, mai costituita come stato unitario, nata intorno all’anno 1000 d.C., la prima civiltà importante sorta dopo la caduta dell’Impero Romano.
L’Occitania che, come detto, si estende dai Pirenei alle Alpi, dal Mediterraneo all’Atlantico, indica un’area geografica di 190.000 Kmq, abitata da 13 milioni di persone. (vedi foto A e B).

 Nel ‘700 e ‘800, con la nascita degli stati unitari, l’Occitania, a causa dell’assenza di un potere militare forte, è stata ripartita tra Italia, Francia e Spagna. L’affermarsi delle lingue ufficiali delle tre rispettive nazioni ha affievolito l’unitarietà dell’area nel suo legante principale, la lingua, che va scomparendo, ma non ha interrotto altre tradizioni, come quelle della musica e delle danze, che negli ultimi decenni hanno conosciuto una straordinaria vitalità. In realtà anche la lingua negli ultimi anni sta vivendo un momento di riscoperta anche grazie ai corsi on line gratuiti offerti da alcuni siti occitani.

 

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Foto A

 

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Foto B

 

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Foto C

 

Le valli Occitane italiane
Il territorio delle vallate occitane così detto è composto (vedi foto C) in provincia di Torino dall’alta valle di Susa detta Val d’Ols, le valli Chisone, Germanasca, Pellice, Po e in provincia di Cuneo dalle valli Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso, Vermegnana, Ellero, Pesio e Corsaglia, in provincia di Imperia da Olivetta San Michele e parte di Triora.

Un territorio prevalentemente montuoso abitato da 180.000 persone storicamente legato ai territori d’oltralpe per cultura, tradizioni e scambi economici.

Le popolazioni italo-francesi di questi territori nei pressi delle Alpi Cozie hanno condiviso e condividono, nelle rispettive componenti sociali e istituzionali e nel corso di secoli di vicinato, vicende storiche, fenomeni migratori, scambi economici e culturali che ne hanno segnato la crescita e che hanno consolidato intensi e proficui rapporti di collaborazione

Infatti questo territorio alpino assieme a parte di quello delle vallate francesi potè godere, nel periodo che va dal 1300 al 1700, di una certa autonomia amministrativa chiamata Repubblica degli Escartons che rappresentavano i cinque territori in cui esso fu diviso.
I cinque capoluoghi furono Casteldelfino in val Varaita, Oulx in alta valsusa, Pragelato in val Chisone,  Briancon e Queyras in Francia.
Grazie ad una sorta di costituzione sottoscritta da oltre 50 comuni rappresentati da deputati le popolazioni delle valli alpine furono affrancate dalle servitù feudali ed ottennero una serie di diritti: dalla libertà individuale, alla proprietà e all’autogestione del territorio con l’amministrazione delle imposte e della giustizia col solo obbligo di periodiche gabelle da devolvere al Delfino di Francia.
Questa autonomia significò ovviamente benessere, giustizia sociale, scambi commerciali floridi ed un’architettura straordinariamente ricca, nonostante la rigidità del clima e l’asprezza del territorio. Grande attenzione era rivolta al diritto all’istruzione: il 90% della popolazione era alfabetizzata.
L’affrancatura dal potere feudale fu ottenuta ben 4 secoli prima del resto d’Italia e Francia ove arrivò solo con la rivoluzione francese.
Questa singolare esperienza si concluse definitivamente nel 1713, quando ormai le montagne avevano creato un’unità sociale e culturale.

 

La lingua
L’Occitano è una lingua neolatina, derivata dal latino imposto dai Romani dopo la conquista della Gallia per cui si dice anche che è una lingua gallo-romana o romanza.

Deriva cioè dal latino modificatosi al contatto con le lingue pre dominazione romana come il Ligure, l’Iberico,e il Celtico definite lingue di substrato e con le lingue importate dalle invasioni barbariche dette di superstrato.
Con la caduta dell’Impero romano il latino, non più imposto, lascia spazio allo sviluppo dei modi di parlare locali che danno vita alle lingue neolatine oggi conosciute fra cui l’occitano.

Quando Dante nel XIV secolo tenta una prima classificazione delle parlate romanze prende come riferimento la particella che nelle varie lingue indica l’affermazione determinando così tre idiomi: la lingua del sì cioè l’italiano, la lingua dell’oil cioè l’oiltano o francese, la lingua d’òc cioè l’occitano.
Òc deriva dal latino hoc est che significa è questo, è così.

La lingua d’òc passò quindi ad indicare l’insieme delle regioni in cui essa si parlava col termine di Occitania.
Presente nei testi letterari a partire dal X secolo essa conosce la sua stagione più felice dal XII secolo grazie ai poeti detti trobadors (trovatori). Termine che deriva dal verbo occitano trobar che indica creare una lirica, una melodia.

I trovatori cantavano il fin’amor, l’amore raffinato e perfetto una esaltazione dell’amore visto come mezzo di miglioramento morale per ottenere la generosità d’animo, la tolleranza, la convivenza, la freschezza del cuore e dello spirito, l’umiltà, l’autocontrollo e il senno.
Scrivevano inoltre tenzoni, dialoghi e dibattiti a tema giocoso.
La jòi (gioia) e il paratge (uguaglianza) sono le due nozioni chiave dell’etica occitana. Il gusto della jòi, cioè della gioia di vivere e della sublimazione erotica, aveva informato di sè tutta la società occitana e il paratge cioè l’uguaglianza di tutti i componenti di un gruppo sociale portava con sè la mercés cioè la tolleranza.
La poesia dei trovatori nasce nel cuore della società occitana medioevale ed interagisce con le sue caratteristiche, ponendosi addirittura come ideologia rivoluzionaria. Esalta anzitutto il privilegio della jovènt (gioventù) contro la tradizione che attribuiva ai vecchi ogni saggezza, e della jòi contro la costrizione e il dolore dei cristiani preparando il terreno alla eresia catara.
Poi compie la riabilitazione morale della donna contro la sua reputazione di essere peccaminosa. Infine riscatta l’adulterio regolandolo e sublimandolo attraverso il fin’amour.
Da rimarcare che in onore dei trobadores Dante, che li riteneva maestri della tradizione poetica, nel canto XXVI del Purgatorio fece parlar in occitano il trobador Arnaud Daniel.

Fu proprio per andare incontro alle necessità degli stranieri di comprendere le liriche dei trovatori tenuti in molta considerazione che furono allestite grammatiche di occitano.
Prima lingua romanza a farlo visto che già nella prima metà del Duecento circolavano grammatiche in occitano mentre per avere delle grammatiche dell’ italiano o del francese bisogna arrivare al Cinque-Seicento cioè all’età moderna.
L’occitano era lingua di cultura usata per scrivere attraverso una grafia sua propria, non di derivazione francese, testi letterari, religiosi, scientifici, giuridici, amministrativi….
Era la lingua di una nazione che stava nascendo e che, per cause legate alle brame di conquista della Francia intrecciate alle problematiche religiose con la famigerata crociata contro gli Albigesi, fu devastata e sottomessa dalla Francia.
Un processo di colonizzazione portato avanti con astuzia fece sì che, a poco a poco, gli occitani si vergognassero di parlare occitano convincendosi che non fosse una lingua ma solo un patois contadinesco incomprensibile e atto solo a esprimere concetti semplici e primitivi in modo volgare veicolando per conseguenza l’idea che l’Occitania non avesse dignità di nazione.

Oggi la lingua d’òc è parlata da milioni di persone che rappresentano la minoranza linguistica più numerosa d’Europa anche se fino a poco tempo fa, come già accennato, veniva intesa solo come un patois essendo parlata soprattutto nelle zone rurali.
La legge 482/99 per la tutela delle minoranze linguistiche storiche del 15 Dicembre 1999 riconosce la minoranza linguistica occitana d’Italia dando alla lingua d’òc dignità in ambito scolastico e amministrativo.

L’occitano presenta delle differenze legate alle vaste zone geografiche in cui è parlato per cui si può dividere in due grandi famiglie il sud-occitano e il nord-occitano con caratteristiche diverse che a loro volta subiscono varianti dialettali locali le cui principali sono il Guascone a sud-ovest, il Provenzale a sud-est, il Linguadociano al centro-sud, l’Alverniate al centro-nord, il Limosino al nord-ovest e il Vivarese alpino o occitano alpino al nord-est a loro volta suddivise in sottovarianti e queste ancora in subsottovarianti.
Le parlate delle valli occitane d’Italia appartengono al Vivarese alpino o occitano alpino. La parlata di Chiomonte appartiene alla variante della Val d’Ols dentro alla quale vi sono altre piccole varianti legate ai singoli comuni causate dalla bassa mobilità possibile nelle epoche passate cosa che impedendo lo scambio culturale tendeva a favorire deviazioni o modi di dire locali.

Il bando dell’uso dell’occitano negli atti ufficiali avvenuta in Francia nel 1500 contribuì al rapido declino delle norme ortografiche occitane, al punto che nei secoli successivi caddero in disuso comportando il diffondersi di grafie diverse spesso mutuate dal francese. Un occitano non più scritto e solo più parlato come dialetto privato contribuì a creare le differenze che ci sono fra le numerose varianti citate.

I primi autorevoli tentativi di arrestare l’inselvatichimento dell’occitano vennero intrapresi a metà dell’Ottocento. Simon-Jude Honnorat scrisse nel 1840 un dizionario francese-occitano con un sistema ortografico molto vicino a quello dei trobadori, mentre nel 1854 alcuni poeti provenzali fondarono la società letteraria Felibrige, che ben presto divenne maggiore artefice della rinascita della lingua occitana.
I poeti del Felibrige (tra cui il premio Nobel Frédéric Mistral) scrissero le loro opere servendosi di una grafia francesizzante incentrata sull’occitano provenzale (grafia felibriana o mistraliana) di matrice fonematica che, grazie alla sua semplicità, trovò presto vasta affermazione, ma non venne considerata soddisfacente per rappresentare la varietà dialettale delle altre regioni occitane.

Fu così che a partire dagli inizi del XX secolo alcuni studiosi (tra cui Joseph Roux) si dedicarono alla riscoperta e alla modernizzazione dell’antica grafia medioevale dei trobadori, propugnandone la diffusione come standard dell’occitano.
Nel 1919 Antonin Perbosc e Prosper Estieu fondarono a tale scopo la Escòla occitana, mentre negli anni trenta il linguista Louis Alibert perfezionò queste regole nella sua grammatica prima e nel suo dizionario poi.
La grafia così ricostruita che si può definire di matrice etimologica (grafia classica o normalizzata o alibertina), meno aderente all’ortografia francese e basata sui tratti comuni dei differenti dialetti, è stata ufficializzata dall’Istituto di studi Occitani e vale oggi come standard in tutto il mondo occitanofono.
Rimane tuttavia l’eccezione parziale del provenzale, che forte della propria cospicua produzione letteraria si è adeguato parzialmente alla norma classica e parzialmente è rimasto fedele alla grafia felibriana, con ciò rallentando il fenomeno di unificazione dell’occitano moderno.

Negli anni 70 alcuni linguisti fondarono a Crissolo in valle Po la “Escolo dòu Po” per normare una grafia per le valli occitane più fonetica rispetto alla classica che portò altre divisioni nel panorama della grafia occitana fortunamente però senza incidere molto perchè ormai la grafia classica si sta imponendo come la più adatta ad unificare i diversi modi di dire occitani e la più amata per il suo richiamo alle origini.
Solo alcuni la combattono ritenendola forzata e non rispettosa delle ricchezza dialettale del territorio.
Queste persone non si rendono conto che, pur mantendo le varie distinzioni dialettali locali, occorra avere una lingua unificata per potere dialogare fra occitani altrimenti succede che per capirsi, evitando qui pro quo e incomprensioni dovute a pronuncie particolari e terminologie non univoche, si debbano utilizzare le lingue nazionali.
Utilizzare l’occitano solo per la vita bucolica, per le feste e canti, significa avere una visione meramente folclorica del problema linguistico occitano.

Una forte somiglianza esiste fra la lingua occitana e quella catalana.
Questo è dovuto non solo al fatto che entrambe sono lingue romanze ma che forte è stata l’influenza in catalogna dei poeti trovatori che spinse molti poeti e scrittori locali a scrivere le loro opere in provenzale termine che a quei tempi veniva utilizzato per indicare tutta la lingua d’òc mentre in realtà esso indica solo la variante della Provenza.

Nelle nostre vallate alpine si parla un occitano diverso dal provenzale e più simile al nord-occitano.

 

La croce occitana

 

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La croce occitana simbolo d’occitania è una croce giallo oro greca (cioè con bracci uguali di stessa lunghezza) e pomata (cioè con le estremità che terminano in tondo). Ogni braccio termina con tre pomi per cui in tutto vi sono dodici cerchi come i mesi dell’anno e gli Apostoli.
La croce ha circa mille anni di storia e pare essere il derivato dello stemma gentilizio dei conti di Tolosa dove appare ufficialmente nel 1211 anche se ne esiste in particolare una descrizione datata 1165.
Nell’anno 1211 la croce venne scolpita in una chiave di volta della cattedrale di Saint Etienne di Tolosa.
Pare comunque che la croce fosse già presente in terra occitana e sugli stemmi dei conti di Tolosa nel 990 quando Guilhem II Taillefer di Tolosa sposò la figlia del conte di Provenza, Emma, che gli portò in dote tale croce, simbolo della contea di Venasque.

 

La bandiera occitana

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La bandiera storica della Occitania riporta una grande croce occitana giallo oro in campo rosso.

Nei tempi moderni (dagli anni 60 in poi) è stata inserita, dal lato opposto dell’asta, anche una stella a sette punte che stanno ad indicare le sette regioni storiche occitane (Guascogna, Guiana, Linguadoca, Limosino, Alvergna, Provenza e Delfinato) a raffigurarle come unite in una sola nazione occitana.

Questa bandiera è utilizzata per rappresentare la lingua e la cultura occitane.

Nelle Valli occitane italiane e in Calabria, conformemente alla legge 482/99 concernente le minoranze linguistiche, numerosi comuni organizzano una cerimonia al momento della posa della bandiera occitana sugli edifici pubblici. Un testo che spiega i motivi della cerimonia viene letto in occitano e in italiano, poi la bandiera viene alzata al suono di Se chanta l’inno occitano riconosciuto da tutti i territori.

Questa cerimonia si è svolta per la prima volta in Francia nel villaggio di Baratier il 19 novembre 2006.

La bandiera sventola oggi nel territorio di tutta l’Occitania e sul municipio di vari comuni, alcuni anche nelle Valli.

 

L’inno occitano
Se Chanta (versione classica o nord occitana) o Se chanto (versione Escolo du Po) è l’inno della popolazione occitana riconosciuto in tutti i territori.
Esso è il titolo di una canzone popolare originaria di Béarn in Guascogna.

Una leggenda vuole che l’autore sia Gaston Phoebus, conte di Foix e visconte di Bearn (morto nel 1391) e che scrisse questo canto per farsi perdonare le sue numerose infedeltà nei riguardi della sua sposa Agnese di Navarra quando lei si ritirò presso la sua famiglia in Spagna e dunque dall’altro lato dei Pirenei, delle montagne.

Dunque inno d’amore, serenata di nostalgia per la donna amata (l’amore da lontano dei trovatori ) che divenne presto inno di identità nazionale per le regioni occitane e fu portato in ogni paese e regione d’Occitania che lo fecero proprio modificando il testo con qualche variante dovuta alla deformazione inevitabile causata dalla trasmissione orale e ai modi di dire locali.

Anche la popolazione occitana che vive nelle valli occitane del Piemonte sul territorio delle Valli Po-Bronda e Infernotto, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso- Vermenagna-Pesio, Monregalesi, Tanaro-Mongia-Cevetta in provincia di Cuneo e, nel torinese, in Val Pellice, Valli Chisone e Germanasca, Alta Valle Susa, lo adottò come inno dove, con il simbolo della croce occitana e il suono della lingua, compone i tratti più caratterizzanti dell’area di lingua d’òc.

Abituati da sempre ai canti guerrieri quali inni alla “grande nazione” e al suo popolo “eroico”, ci appare forse singolare che quello degli occitani sia un canto d’amore, di un poeta per l’amata. La nostalgia di un desiderio, un affetto perduto probabilmente per sempre.
E la presenza immanente della natura dei luoghi, di quelle loro montagne tanto alte, limite invalicabile, odiate dal troppo amore, matrigne.

Nelle nostre Valli il canto era già conosciuto sopratutto nella zona valdese ma solo dai primi anni ’70, anche grazie alla sua musica nostalgica e orecchiabile, ha avuto una grande diffusione come simbolo di un popolo che vuole ritrovare le proprie radici.

 

Qui sotto il canto nella versione delle Vallate occitane piemontesi secondo il metodo classico:

SE CHANTA (versioun d’le Valade)

Denant de ma fenèstra lhi à un aucelon
tota la nuèch chanta, chanta sa chançon

se chanta, que chante, chanta pa per iu
chanta per ma ‘amia qu’es da luenh de iu

aquelas montanhas que tant autas son
m’empachon de veire mons amors ont son

se chanta, que chante, chanta pa per iu
chanta per ma ‘amia qu’es da luenh de iu

Autas, ben son autas mas s’abaissarèn
E mons amors vers iu tornarèn

se chanta, que chante, chanta pa per iu
chanta per ma ‘amia qu’es da luenh de iu

baissatz-vous montanhas, planos levatz-vos
perquè posque veire mons amors ont son.

se chanta, que chante, chanta pa per iu
chanta per ma ‘amia qu’es da luenh de iu

 

Traduzione:

davanti alla mia finestra c’è un uccellino
tutta la notte canta, canta la sua canzone

se canta, che canti, non canta per me
canta per la mia amica che è lontana da me

quelle montagne che son tanto alte
mi impediscono di vedere dove sono i miei amori

se canta, che canti, non canta per me
canta per la mia amica che è lontana da me

alte son ben alte ma s’abbasseranno
e i miei amori verso me torneranno

se canta, che canti, non canta per me
canta per la mia amica che è lontana da me

abbassatevi montagne, alzatevi pianure
perché possa vedere dove sono i miei amori

se canta, che canti, non canta per me
canta per la mia amica che è lontana da me

 

Il testo della canzone è stato riportato in grafia classica, la grafia, come già ricordato, oggi più utilizzata per scrivere in occitano e che si rifà a quella degli antichi trovatori.

Ricordiamo che la grafia classica è tradizionale, etimologica quindi diversa dalla grafia della Escolo dou Po e Mistraliana dove ad es. il verbo canta è scritto chanto invece che chanta per essere foneticamente allineato con la pronuncia cianto (shianto per Chiomonte).

Ecco qui alcune regole per leggere con pronuncia chiomontina questa grafia:

  • a finale si pronuncia o;
  • o si pronuncia come u italiana e ou francese;
  • ò si pronuncia come o italiana;
  • u si pronuncia come u francese;
  • as in fine di parola, indicante la desinenza del femminile plurale, si pronuncia e;
  • c seguito da e oppure i si pronuncia alla francese
  • ch si pronuncia alla francese.

 

L’occitano a Chiomonte Chaumont

Chiomonte si trova inserita nella nazione non nazione occitana appartenendo alla Val d’Ols, una delle valli occitane d’Italia. La Val d’Ols è composta principalmente dai comuni di Exilles, Salbertrand, Oulx, Sauze d’Oulx, Cesana, Sauze di Cesana, Bardonecchia, Sestriere oltre appunto a Chiomonte che della valle risulta essere il paese di frontiera passando poco fuori del suo abitato, a metà strada circa con il comune di Gravere, il confine fra il territorio occitano e quello franco provenzale che rappresentava anche il confine fra il Delfinato e il ducato di Savoia operativo dal 1244 al 1713 quando con il trattato di Utrecth l’alta valle di Susa passa a Vittorio Amedeo II di Savoia.

Un cippo posto a ricordo di questo confine è visibile a fianco della strada statale 24 nello stesso punto nei pressi del ponte della ferrovia dal lato di Gravere.

Il cippo originale del 1607 distrutto da Vittorio Amedeo II nel 1708 durante la guerra per la conquista dell’Alta Valle fu ricostruito nello stesso punto come in fig. D nell’anno 1984.

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Fig. D

In loco sono visibili tre bandiere: italiana, occitana, piemontese accompagnate da cartelli illustrativi scritti in quattro lingue: francese, italiana, occitana e piemontese.

 L’occitano di Chiomonte è quello della Val d’Ols cioè dell’antico Delfinato occitano. Però, come già accennato, per motivi di mobilità ridotta del passato e di usi e costumi locali, la sua parlata differisce in alcune cose da quella degli altri paesi della vallata anzi vi sono differenze anche all’interno del suo territorio nel capoluogo fra il rione antico del Riu e quello più recente del Peuy e con la frazione delle Ramats.

Con gli altri paesi occitani della valle che a salire da Exilles vanno fino al confine le differenze sono più accentuate anche se sempre di entità tale da non creare problemi di comprensione.

L’occitano del Frais è ovviamente quello di Chiomonte con le piccole differenze esistenti all’interno dello stesso capoluogo; non ha peculiarità locali come Le Ramats.
Questo è dovuto al fatto che il Frais è stato un insediamento non stanziale ma di chiomontini che praticavano la transumanza estiva delle loro greggi, la fienagione e una parziale agricoltura montana ( patate, segale nei campi a quote più basse e riparati, verdure varie) a supporto di quella più vasta praticata sui campi del capoluogo o delle zone vicine.
I chiomontini che salivano al Frais erano quindi stanziali a Chiomonte e non costituivano una entità a parte come se si trattasse di una frazione a sè stante cosa che avrebbe certamente comportato nel tempo una qualche modificazione locale fonetica della lingua.

 

 

 


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